Gioco delle emozioni con carte disegnate: come iniziare una conversazione

Per iniziare una conversazione con il gioco delle emozioni, bastano poche carte disegnate e una domanda aperta: «Che cosa potrebbe provare questo personaggio?». Parlare prima di una figura inventata, anziché chiedere subito al bambino come si sente, lascia spazio alla fantasia e rende più facile partecipare. Il punto non è indovinare l’emozione rappresentata: è ascoltare le parole che il bambino sceglie, senza correggerle o forzare confidenze.
Preparare carte semplici, che lascino spazio alle interpretazioni
Disegnate insieme alcuni volti o personaggi su cartoncini: un sorriso, occhi lucidi, sopracciglia aggrottate, una bocca sorpresa. Per cominciare sono sufficienti poche espressioni riconoscibili; troppe carte possono spostare l’attenzione sulla scelta anziché sulla conversazione. Non serve saper disegnare bene: un tratto essenziale permette al bambino di immaginare situazioni diverse dietro la stessa faccia.
Potete scrivere il nome di un’emozione sul retro, ma lasciate il davanti senza etichette. Una figura con la bocca aperta, per esempio, potrebbe essere sorpresa, spaventata o entusiasta: è un’occasione per chiedere «Che cosa potrebbe essere successo?», non per stabilire quale sia la risposta giusta. Se il bambino vuole aggiungere capelli, colori, animali o oggetti, lasciategli modificare le carte. Disegnarle insieme è già un modo per iniziare a parlare.
Usare una carta per aprire il dialogo
Scegliete un momento tranquillo e proponete il gioco come possibilità, non come verifica: «Peschiamo una carta e inventiamo una storia?». All’inizio può pescare l’adulto. Guardate il disegno e descrivete ciò che vedete senza attribuire subito un significato: «Ha gli occhi grandi e le mani alzate». Poi fate una sola domanda aperta e aspettate. Il bambino può rispondere con una parola, una storia lunga o un altro disegno: tutte e tre sono forme di partecipazione.
Per far proseguire la conversazione, seguite il dettaglio che ha scelto lui. Se dice che il personaggio è arrabbiato perché ha perso un gioco, potreste chiedere «Che cosa vorrebbe fare adesso?» oppure «Chi potrebbe aiutarlo?». Evitate una serie rapida di domande sul perché: può sembrare un interrogatorio. Anche condividere una vostra ipotesi aiuta, purché resti aperta: «Io avevo pensato che fosse deluso, ma la tua storia mi fa vedere un’altra possibilità».
Solo se la conversazione scorre spontaneamente potete passare dal personaggio alla vita quotidiana: «Ti è mai capitato di sentirti un po’ così?». Accettate anche un «no» o un cambio di argomento. Se emerge un episodio reale, ascoltate prima di proporre soluzioni: «Sembra che quella cosa ti abbia dato fastidio» è più utile di «Non devi arrabbiarti». Potete poi chiedere che cosa gli sarebbe servito in quel momento, senza pretendere che trovi subito una risposta.
Quando il bambino non vuole parlare o racconta qualcosa di difficile
Un bambino può voler soltanto pescare, disegnare o inventare storie buffe. Non significa che il gioco non funzioni. Potete partecipare, parlare voi di un personaggio immaginario e riprovare in un altro momento. Evitate di usare le carte subito dopo un litigio con l’obiettivo di ottenere una spiegazione: quando la tensione è alta, può essere più importante ritrovare calma e vicinanza.
Le carte possono dare un nome a ciò che si prova, ma non devono diventare uno strumento per interpretare il bambino. Non deducete un suo stato d’animo dalla carta che pesca e non condividete con altri ciò che racconta come se fosse un risultato del gioco. Se riferisce qualcosa che lo spaventa o lo mette in difficoltà, prendetelo sul serio, ringraziatelo per avervelo detto e occupatevi della situazione concreta. Se il disagio è intenso o persistente, il gioco non sostituisce il confronto con un professionista qualificato.

